Diastasi dei muscoli retti addominali

 

Fino a qualche anno fa questa problematica era sconosciuta, ma ormai se ne parla sempre di più. Di solito la persona si accorge di questo problema perché riscontra un addome flaccido e che non rientra neanche con diete e attività fisica.

Altri se ne accorgono perché riscontrano sintomi al livello della schiena come lombalgia e sciatalgia, altri ancora per problemi del pavimento pelvico

 

Ma esattamente cos’è?

 

È l’allontanamento permanente di superfici muscolari od ossee normalmente contigue. Nel caso specifico della diastasi addominale l’allontanamento è tra i muscoli retti addominali. In presenza di diastasi lo spazio fra i retti viene colmato dal tessuto connettivo, struttura molto resistente, ma allo stesso tempo poco elastica, e che quindi, quando viene stirata, non torna facilmente alle condizioni iniziali.

In gravidanza abbiamo una diastasi fisiologica poiché i retti addominali si allontanano per far posto all’utero che cresce. Dopo la gravidanza nel giro di 3-6 mesi gli addominali tornano alla loro posizione iniziale. Se ciò non succede è meglio indagare per vedere se effettivamente si è di fronte ad un caso di diastasi.

 

Diastasi dei muscoli retti addominali

 

Generalmente, si tende a pensare che la gravidanza sia l’unica causa che può portare a diastasi patologica, in realtà tutto quello che aumenta in maniera molto importante il volume degli addominali (come sottoporsi a sedute di palestra molto intensive) può portare a questo esito. Ecco perché non sono esenti anche le donne che non hanno mai avuto gravidanze o gli uomini.

 

Come si può prevenire già in gravidanza?

 

  • Interrompendo attività che sollecitino troppo gli addominali alla tonicità, se possibile, mentre si sta cercando una gravidanza o sicuramente quando la si scopre.
  • Scegliendo un corso di ginnastica o di qualunque altra attività condotto da chi è specializzato in movimento in gravidanza
  • Correggendo movimenti che facciamo quotidianamente: quando ci si alza dal letto mai sforzare gli addominali ma mettersi prima di lato, fare forza sulle braccia e solo a quel punto tirare su la schiena.
  • Attuando una spinta defecatoria corretta che non preveda il “ponzamento” ovvero la spinta con il pavimento pelvico verso il basso ma sfruttando il diaframma e l’espiro.
  • Al momento del parto evitare la manovra di Kristeller (ovvero la spinta sulla pancia come “aiutino” a far fuoriuscire il bambino) di solito effettuata dal medico e la spinta in apnea da parte della mamma. Prendere fiato, restare in apnea e poi spingere crea una pressione molto importante a livello addominale che spinge in fuori i retti addominali e in giù il pavimento pelvico danneggiando entrambi le strutture e  non porta nessun beneficio né per la mamma né per il bambino.
  • La spinta corretta al parto deve essere effettuata durante l’espiro, permettendo agli addominali trasversi di contrarsi effettuando quella spinta verso l’interno che permette la discesa del bambino. Per questo è utile ricordare, come noi ostetriche amiamo ripetere all’infinito, che la mamma in periodo espulsivo non deve “spingere” ma “soffiare fuori” il proprio bambino. Per possedere tale genere di consapevolezza è bene aver fatto anche un lavoro sul pavimento pelvico già in gravidanza.

 

Spesso questo tipo di situazioni deve essere presa in carico da un team: medico (che può fare diagnosi di solito con l’ecografia), fisioterapista, fisiatra, ostetrica per le eventuali implicazioni con il pavimento pelvico. 

È un bene che sempre più spesso si parli di questo tipo di problematica perché per molte donne è la risposta ad una problematica di salute ma anche estetica che non trovava spiegazioni.

Sarebbe anche molto bello se gli operatori della salute ne parlassero anche sul piano della prevenzione per evitare di arrivare alla diagnosi vera e propria.

 

 

Al prossimo  articolo!

Lucia

@maternamente_ostlucia

 

 

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