Mio amore”, l’albo illustrato di Beatrice Alemagna, pubblicato per la prima volta in Francia nel 2006, è finalmente arrivato in Italia grazie alla casa editrice Topipittori, che ci permette di apprezzare i meravigliosi capolavori editoriali dell’illustratrice.

In questo albo ritroviamo diversi elementi della poetica di Beatrice Alemagna: la tecnica del collage, con elementi materici di fili, stoffe e passamaneria (che ritroviamo anche nella serie delle pulcette) che ci racconta la storia di un animale che non si riesce a identificare (e qui ripensiamo a Bubo e ai cinque malfatti).

Ritrovare rimandi ad altri albi dell’illustratrice non vuol dire che Mio amore non sia anch’esso un albo speciale, dotato di una propria dignità autonoma, ma in esso si ritrova il filo prezioso che unisce e rappresenta la poetica iconica e narrativa di Beatrice Alemagna.

Mio amore

 

Il protagonista è uno strano animale,  è lui stesso a definirsi tale.

Strano animale, bizzarro. Accanto a questa consapevolezza della propria differenza e specialità, coloro che lo incontrano tendono a giudicarlo, etichettarlo, dicendogli ciò che sembra o prendendolo in giro.

Inizia anche lui a domandarsi: “Ma insomma, chi sono?”. Come se i dubbi degli altri avessero minato la consapevolezza di sé.

Fino a quando fa un incontro: un altro animale che lo saluta, e che non giudica, non chiede, ma semplicemente lo accoglie, con amore.

In questo albo ritroviamo il senso dell’identità, dell’accettazione di sé e del giudizio degli altri, con immagini lievi e frasi brevi, che unendosi inducono a riflessioni più profonde, a domande.

Il finale consolatorio mostra quello che noi tutti dovremmo augurarci che accada nella nostra vita e lavorare su noi stessi affinché succeda: stare con persone che ci fanno stare bene, che ci accettano senza porre domande su esteriorità con la voglia di incasellarci nelle loro gabbie concettuali.

 

 

Perché leggere questo albo insieme ai nostri bimbi?

Secondo me perché racconta una storia che rappresenta un pezzetto di noi, indistintamente.

Chi non si è trovato a vedersi diverso dagli altri? Chi a volte vorrebbe essere come tutti perché pensa di essere amato? In realtà andrebbe rivisto il concetto degli “altri”, nel senso di degradarne e depotenziarne la rilevanza. Non possiamo piacere a tutti, né deve interessarci; restando noi stessi è molto più facile accostarci a persone a noi simili, con cui stare bene e che stanno bene con noi.

Semplice, no? Per i nostri figli di più e noi da loro possiamo imparare molto.

 

 

Lucia

@lalibreriadigabriele 

 

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