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Perché pensare alla scuola che i bambini frequenteranno fin dalla nascita

Un terzo della vita sui banchi, tra lezioni, libri, compagni ed esperienze. Un luogo fisico e ideale in cui ti formi, apprendi e cresci, un dialogo infinito tra docente e discente, una finestra aperta sul mondo. 

Eppure, la parola ”scuola” evoca allo stesso tempo critiche, giudizi, preconcetti, miti e leggende, disinformazione e carichi di responsabilità. Il valore della scuola viene sminuito giorno dopo giorno da ogni punto vista. Quello che dovrebbe essere un luogo di crescita e apprendimento personale diventa, nell’opinione comune, un parcheggio forzato, un’area di sosta sull’autostrada della vita.

Ci sono delle criticità, è vero. Tutta la didattica è basata sulla correzione di ciò che gli alunni sbagliano, non sempre si fa un lavoro in positivo su ciò che gli alunni fanno bene, che li renda consapevoli della propria unicità.

Ma non vorrei essere fraintesa. Io non sono per lo svuotamento del sapere, l’allineamento in basso dei rendimenti, il buonismo dolciastro e complice che toglie vigore alle motivazioni di apprendimento dei ragazzi.

Ad esempio, sono contro chi predica – irresponsabilmente – l’abolizione dei momenti domestici di assimilazione e rielaborazione del sapere, anche se il peso del lavoro personale va graduato – con saggezza ed umanità – secondo l’età dei ragazzi, il tipo di studio e le situazioni.

Ma il messaggio di fondo che vorrei fosse accolto è questo: la formazione scolastica è molto più della trasmissione di conoscenze e capacità.

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L’educazione consiste soprattutto nell’insegnare a ragionare, ad argomentare, a valutare le cose (pensare), attraverso degli specifici dati conoscitivi (sapere).

Consiste non solo nel trasmettere nozioni, ma nel coraggio di suscitare domande sul senso delle cose, perché, nelle parole di Wilfred Bion, psicanalista, “i pensieri, se pensati, conducono alla salute della mente. Se non pensati, danno inizio al disturbo”. 

Consiste nell’apprendere sia i concetti che i valori che sono alla base dei concetti. Il ragazzo, per poter rispettare gli altri, e non gettare i sassi dal cavalcavia, deve sperimentare, nella relazione scolastica, che lui stesso, in primo luogo, è un valore.

Oggi, invece, è diffusa fra gli educatori (genitori e insegnanti) la sfiducia sulla stessa possibilità di educare. Il motivo è evidente. Non esiste più un patrimonio di valori degni di essere tramandati e per i quali valga la pena di faticare e combattere.

Nella relazione didattica, vanno usati due tipi di sguardo. Lo sguardo della “sensibilità educativa” che deve essere sempre valorizzante, proteso a cogliere l’unicità irripetibile di ogni persona che ci è affidata, – e quindi, più le potenzialità che i limiti – e lo sguardo della “sensibilità professionale”, basata, per sua natura, sulla triade “programmazione – esposizione – verifica”.

Tuttavia, la relazione fra insegnanti ed alunni non è sospesa nella nuvola di un rapporto fine a se stesso, ma passa attraverso i contenuti specifici delle varie discipline. E deve puntare sia al “sapere” che al “pensare”.

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Il sapere costituisce le gambe, il pensare rappresenta il camminare. Non serve a nulla avere le gambe senza usarle, cioè possedere delle conoscenze senza la capacità di applicarle e di spenderle nella vita concreta. Ma non è possibile nemmeno pensare senza delle conoscenze di riferimento o un lessico adeguato come strumento. In questo caso, c’è il camminare senza le gambe.

Mettere insieme lo sguardo educativo (la valorizzazione umana dello studente) e lo sguardo professionale  (la crescita cognitiva, logica, critica, etica, sociale dello stesso), documentata attraverso una tassonomia proporzionale che educa maestri e ragazzi alla giustizia distributiva, richiede tempo, sensibilità e maturazione progressiva, innanzitutto da parte dell’insegnante.

Ammettiamolo. Così intesa, la professione docente è ardua, faticosa, ma sublime, unica. E se ben fatta, è impagabile. Come tutte le realtà che coinvolgono, in profondità, l’umano. Richiede preparazione nei contenuti, ma anche nei metodi di comunicazione. E, soprattutto, la disponibilità dell’insegnante a crescere continuamente in umanità assieme agli alunni.

Ha scritto qualcuno che educare è compenetrazione di anime, incontro di due libertà.

E che, per l’educatore è valida la metafora dei due volti che si guardano e dialogano, riconoscendosi l’uno nell’umanità dell’altro.

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Io credo che la scuola nasca nella famiglia, appena il bimbo viene alla luce, anzi, dal suo concepimento, in quel continuo cercarlo, immaginarlo, accarezzare la pancia, parlargli e cullarlo come se fosse già tra le nostre braccia. Nel momento in cui viene al mondo ed ha inizio il vero e proprio dialogo educativo, i genitori devono guardare avanti in forma progettuale, godendo del presente, ma allo stesso tempo tenendo a mente il proprio peculiare percorso genitoriale, che verrà presto affiancato dall’istituzione scolastica.

Con la scuola, dovrà sicuramente condividere intenti e finalità, per poter garantire ai propri figli l’infanzia serena e costruttiva di cui hanno profondamente bisogno. Non aspettiamo che i bambini vadano a scuola per pensare alla scuola.

Federica 

@maestropuntozero

 

 

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